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Viaggio in Inghilterra – Richard Attenborough (1993)


“Ho fatto i conti con un pezzetto di esperienza, Warnie. L’esperienza è una maestra brutale. Ma si impara.. mio dio quanto si impara.”

C. S. Lewis, brillante scrittore e insegnante a Oxford, teorizzatore di amore e fede, ha una vita priva di grandi emozioni, ormai vive nella tranquilla serenità di una vita protetta tra le mura dell’ Università di Oxford e quelle della sua casa dove vive fin da piccolo, rimasto col fratello dopo la morte della madre quando era piccolo; e tutto in quella casa sembra essersi fermato lì, a quei ricordi di bambino e all’apatia salvata solo dalla fede, diventato tema principe delle sue conferenze. Ma questo non è destinato a durare.

1952. Dopo varie insistenti e ammirate lettere, Joy Gresham, poetessa americana ebrea, irrompe nella vita di Lewis. Vi irrompe in tutti i sensi, già entrando nella sala da thè del Circolo dove deve incontrare lo scrittore, nel silenzio della stanza la donna grida a gran voce il nome di Lewis. Da lì, fin da lì deve fare i conti con una presenza che sconvolge la sua vita, che gli tiene testa ad ogni discussione, che comincia a far emergere in lui domande di cui non conosce già la risposta, eppure finchè le non si ammala, finchè la sua normalità non viene sconvolta completamente con la tragedia della malattia, non se ne rende conto anche se decide di stare a questa presenza.

La presenza della donna con suo figlio Douglas, sempre più presente nella vita di quell’uomo schivo, lo cambia passo dopo passo, lo costringe a fare i conti con la realtà, con l’amore che capisce di provare per lei, con la stima di quel bambino che lo costringe a prendere sul serio quello che ha scritto, con la possibilità di viaggiare nel luogo di una foto ormai sbiadita e dimenticata che ha nello studio.

E’ costretto a fare i conti con quella donna di cui capisce di essere innamorato solo nel momento della malattia, quando ormai mancano pochi mesi alla sua morte, e lì più che in ogni altro momento la sua fede diventa così umana e reale da vacillare; perchè quando si ama qualcuno ci si accollerebbe il dolore e la malattia piuttosto che vederla soffrire.

Si rende conto di avere delle preghiere più reali, concrete e terrene, con tutto quello che ne consegue; coi dubbi e le paure umane che quella preghiera possa non essere scoltata, perchè vedendo degenerare la malattia fino alla morte, e non potendo fare nulla per quella persona non si può che affidarsi e affidarla al Padre Eterno, che però ha la sua modalità di rispondere, perchè il dolore di oggi fa parte della felicità di ieri, che infondo nel film fa emergere che sarà anche la felicità di domani, grazie a quel bambino così simile a lui, così schivo silenzioso come lui; e la perdita della madre per entrambi diventa un elemento di legame. Ma quella domanda resta, quella domanda a cui non si sa dare una risposta: “dov’era Dio quella sera? Perché non l’ha fermato? Dio non dovrebbe essere buono? Non dovrebbe amarci? Dio vuole forse che soffriamo?”. La dimostrazione che non è così, che non ci si può fermare a queste domande senza risposte, la si percepisce nella risata finale che fa asciugare le lacrime della morte e da un senso a una nuova vita.

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