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LA PASSIONE – Carlo Mazzacurati (2010).


lapassione_mazzacuratiCi sono dei film che non ti verrebbe neanche in mente di guardare, e non perché reputi non siano belli ma perché molto spesso non si ha l’occasione di conoscerli. Certi film, bisogna scovarli, a volte è il caso che te li fa incontrare, come il caso fa incontrare il regista protagonista del film, Gianni Dubois, ormai lontano dall’apice della sua carriera cinematografica, con una realtà della provincia toscana dove possiede la casa delle vacanze e dove viene catapultato a causa di un guasto idrico che sta mettendo a repentaglio la conservazione di un affresco della Passione del Cinquecento, collocato nella chiesa del paese che confina con la casa del regista.

Un regista che insegue l’ispirazione perduta, con la possibilità di lavorare con un’attrice di grande successo che gli permetterebbe di riavere visibilità e tornare ad essere riconosciuto, visto che nell’ “albero dei registi italiani” non è presente. È qui che comincia la sua storia, dalla stanchezza e dall’apatia al mondo del cinema che sembra non riuscire più a credere in lui, con la ricerca di una storia cinematografica inventata e fantasticata, ma che alla fine lo riporta sempre a guardarsi intorno e improvvisare partendo dalla realtà che lo circonda, perché le buone idee sono ormai lontane e la richiesta di una sceneggiatura lo assilla in ogni istante.

Ad aggravare la sua situazione un paesino che lo ricatta con una lettera di denuncia ai beni culturali per l’incuria della sua abitazione che ha irrimediabilmente rovinato un importante dipinto costringendolo a dirigere una Sacra Rappresentazione della Passione di Cristo in cambio del silenzio delle autorità comunali. Qualcosa di assolutamente lontano da lui, che di quella rappresentazione sembra aver dimenticato anche da che parte cominciare; eppure diventa l’occasione che riuscirà a ridargli la voglia di dirigere qualcuno, non in virtù della fama, ma nell’incontro con persone che gli diventano più o meno amiche, con cui dimostrare che vale ancora qualcosa.

Un film in cui la piccolezza e la miseria di un uomo apparentemente fallito sono salvate nell’incontro con il volto di Gesù presente in persone reali, innanzitutto Ramiro, ex galeotto che riconosce in lui un grande maestro e che lo sorregge e lo sostiene per tutto il film. La grandezza di questa amicizia nata dal caso (Gianni ha bisogno qualcuno che lo sostituisca nella regia della Via Crucis mentre scrive la sceneggiatura del suo film) si concretizza nel suo ritorno inaspettato verso la fine del film. È li che cambia tutto, è li che Gianni finalmente ritrova il senso del suo essere regista, non più alla ricerca di storie di totale fantasia, che lo costringe a ripartire da qualcosa di reale che da duemila anni ci colpisce con immagini e frasi; una Crocefissione è forse l’immagine che più ci torna alla mente anche nelle opere d’arte.

Perché quello sguardo di com-Passione di Gesù-Ramiro sulla croce è lo stesso con cui ogni giorno vorremmo essere guardati dai nostri amici, perché negli errori, nel cadere dallo sgabello durante l’ultima cena della rappresentazione o nel cadere davvero sotto il peso della croce c’è come un’occasione di riscatto per chiunque voglia esserci e stare a questo incontro, perché tutti sono utili ma nessuno indispensabile.

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Tutti all’interno di quella rappresentazione trovano la “serietà”, apparentemente assente per buona parte del film, che riporta dal grottesco, della leggerezza con cui vengono affrontate le prove, alla realtà vissuta seriamente. Non c’è più improvvisazione; quell’improvvisazione che sembra accompagnare ogni passo delle prove, con l’inizio della rappresentazione vera e propria sembra essere scomparsa, lasciando spazio a una vera regia. Quando niente sembra più colpire Gianni, quando tutto sembra andare esattamente al rovescio di quello che vorrebbe, uno sguardo di un bambino fa cambiare tutto. Il ritrovato Ramiro fa affrontare tutto con la passione che il regista aveva ormai dimenticato.

Ciò che ci sta attorno, la realtà che ci circonda è ciò che più di ogni altra cosa ci richiama al compito che ci è stato dato, ci accompagna e ci aiuta a capire che dipendiamo da qualcosa d’altro, aiuta il regista a capire che, per quanto alla famosa attrice la cosa non piaccia, tutto appare più chiaro e vero quando entra in relazione con uno sguardo, con lo sguardo di quella ragazza incontrata per caso nel paesino e alla cui vita Gianni si interessa tanto da renderla la protagonista del suo film.369.odeon10

Un grazie a Roberto Abbiati per la sua muta partecipazione che dimostra che le parole a volte non servono, basta l’intensità di uno sguardo, l’espressività racconta più di mille parole; l’espressività del vigile che accompagna tutto lo svolgersi del film, sembra quasi che scandisca i momenti di cambiamento di Gianni (anche come aiuto alla regia di Mazzacurati per quanto riguarda la Sacra Rappresentazione da lui curata interamente nel film).

Donata B.

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